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Sfratto eseguito, una madre col suo bambino lascia in lacrime la casa. Il racconto della lunga giornata

 

Lo sfratto di via Cialdini, zona Affori, è stato eseguito. Ci eravamo lasciati lo scorso mese con l’ennesimo nulla di fatto, una abitazione acquistata oltre un anno fa e mai entrata in possesso del suo nuovo proprietario perché all’interno ci viveva una madre, straniera, con il suo bambino. Situazione delicata che ha sempre imposto un rinvio e la ricerca di una soluzione morbida e condivisa. Questa volta però la forza pubblica ha anticipato tutti.

Due cellulari della polizia con una ventina di agenti in tenuta antisommossa hanno raggiunto l’abitazione poco dopo le 6.30 del mattino di martedì 15 maggio per sorprendere anche i ragazzi dei centri sociali che, infatti, non erano ancora arrivati a sostegno della donna. Polizia, avvocato, fabbro e gli assistenti sociali, non però quelli che avevano seguito questa vicenda e che senz’altro avrebbero avuto un impatto diverso, almeno emotivamente, sull’inquilina e sul suo bambino.

Per convincerla a lasciare la casa sono state necessarie oltre cinque ore, momenti estenuanti con l’arrivo anche di un’ambulanza per calmare il forte stato di agitazione. Nessuno scontro, nessuna violenza, ma alla fine una donna in lacrime che probabilmente è l’immagine plastica di una situazione davvero drammatica.

Perché questa è una di quelle storie in cui in qualche modo hanno perso tutti. Ha perso anche chi i suoi diritti se li è visti rispettare perché in quegli stessi istanti c’era chi altri diritti li vedeva calpestati e certamente, se sei di buon senso, non puoi gioire. C’è un diritto alla proprietà che deve essere garantito e questo a prescindere dall’utilizzo che di quel bene voglio farne, a prescindere dalla necessità di entrare in quella casa più o meno presto perché tanto un’altra ce l’ho già, perché voglio far business, perché voglio semplicemente che sia davvero la mia dopo averla acquistata.

A prescindere, a prescindere anche dal fatto che l’abbia comprata all’asta, che economicamente sia stato un affare, perché del proprio denaro, nell’ambito della legalità e fin quando, insomma, la legge ce lo consente, ognuno fa ciò che vuole.

E poi c’è il diritto all’abitazione, ad avere una casa, ad abitare e vivere in modo dignitoso, un diritto costituzionalmente garantito anche questo. Chiaramente non secondario, anzi. Se lo Stato, in tutte le sue componenti che in qualche modo nella vicenda sono state coinvolte, è riuscito, seppur dopo un anno, a restituire la proprietà a chi ne aveva diritto, non è riuscito a garantire una sistemazione adeguata a quel bambino e quella madre che in lacrime ha lasciato l’abitazione.

O meglio, una proposta le è stata fatta: l’alloggio temporaneo in una casa famiglia a Pavia, distante dal territorio in cui si era ormai da tanti anni insediata, distante anche da quel reale godimento di un diritto all’abitazione, che non è certamente una casa famiglia. Ci chiediamo come possano ancora continuare a restare sfitte migliaia di case popolari in una città come Milano mentre ogni giorno c’è chi subisce l’umiliazione di uno sfratto, l’incubo di finire in strada o di sperare nell’accoglienza di qualcuno.

Intanto per la giovane donna e per il suo bambino una sistemazione nello stesso quartiere, non a Pavia, l’hanno trovata i ragazzi del comitato Ci Siamo in una struttura non molto distante con la possibilità di mantenere quelle radici che nel territorio erano già state affondate. Affondate, come le speranze che questa vicenda potesse concludersi senza lacrime e che invece rimane una pagina triste per l’intera città da qualunque parte la si voglia guardare.

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