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Via Paolo Sarpi

Via Paolo Sarpi

"Chinatown", la Lega Nord contro le Mappe di Google

Sarà presentata una mozione in zona 1 per chiedere a Google di cambiare il nome della zona Sarpi. Che però, a tutti gli effetti, è da considerarsi una vera "Chinatown"

Non solo le porte cinesi, adesso anche Google Maps. Il quartiere di via Paolo Sarpi continua - suo malgrado - a generare polemiche politiche. Questa volta a occuparsene è Cristina Scaramucci, capogruppo della Lega Nord al consiglio di zona 1, che ha pronta una mozione per chiedere a Google di modificare il nome del quartiere, che ora sulle mappe è indicato come "Chinatown".

L'accostamento tra Paolo Sarpi e la Cina non piace al centrodestra. Questo era abbastanza evidente, vista la feroce polemica contro i due portali che qualcuno vorrebbe installare all'inizio e alla fine della strada, ad imitazione di svariate Chinatown di tutto il mondo, durante i sei mesi di esposizione universale. E pazienza se potrebbero essere un richiamo in più per i turisti. 

Sulla stessa linea anche una delle associazioni di residenti, ViviSarpi, secondo cui "definire Chinatown il nostro quartiere è irrispettoso". La definizione di Chinatown viene contestata a partire dal fatto che i residenti all'anagrafe sono per la stragrande maggioranza italiani. Già però se includiamo una quota di irregolari, non registrati all'anagrafe, ovviamente la percentuale di italiani residenti scende. E' però errata la prospettiva secondo cui un quartiere può essere definito etnico a partire dalla nazionalità dei suoi abitanti.

Più correttamente, un quartiere è "etnico" se l'organizzazione economico-sociale prevalente e/o evidente non è italiana. Da questo punto di vista, è molto difficile non aderire alla definizione di Chinatown per il quartiere di via Paolo Sarpi. E' forse una colpa? No, a meno che non si voglia in qualche modo "normalizzare" una situazione che, in realtà, non è anomala, visto che molte grandi città del mondo possiedono una zona "a prevalenza di identità visibile cinese".

L'allora vicesindaco di centrodestra Riccardo De Corato, nel dicembre 2010, aveva commentato alcuni dati del settore statistica affermando che "la vera Chinatown è Villapizzone", dove il numero assoluto di residenti (regolari) cinesi superava quello di qualunque altro quartiere milanese. Tuttavia, allora come oggi, i numeri assoluti non significano niente. Nel Nil (Nucleo d'identità locale) di Paolo Sarpi, al 31 dicembre 2014, i residenti cinesi sono 2021 su 4878 stranieri: il 41,4%. La seconda nazionalità straniera presente nel Nil Sarpi è quella filippina con 563 residenti, quasi un quarto dei cinesi.

Ora, che in un piccolo quartiere di Milano i cinesi rappresentino il 41,4% degli stranieri e siano nettamente superiori a qualsiasi altra nazionalità, è un dato eclatante che non può in alcun modo essere sminuito solo perché gli italiani residenti nello stesso quartiere sono 24.633 su 29.511. Come se nella "Chinatown" di Londra, per dire una grande città europea, vivessero invece solo cinesi: tutt'altro. Lo sviluppo di Gerrard Street come Chinatown deve molto alla lungimiranza di marketing territoriale degli attori coinvolti: dall'amministrazione comunale (poi consiglio della City of Westminster) alla comunità cinese ai londinesi stessi, non refrattari ad un'evoluzione in tal senso del quartiere.

Tornando al nome "della discordia" sulle Google Maps, è probabile che la mozione leghista non venga nemmeno approvata. La maggioranza di centrosinistra è orientata a non appoggiarla, come spiega il presidente del consiglio di zona 1 Fabio Arrigoni, secondo cui "l'ente pubblico non può interferire con le scelte di un operatore privato". Ma da ViviSarpi provano a rilanciare chiedendo che almeno Atm, nelle mappe sul suo sito, corregga "Chinatown" con "Sarpi-Bramante-Canonica". 

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