Razzismo, gli rompe braccio e gomito perché parla cingalese, la vittima: "Sto bene in Italia"

L'aggressore pretendeva che parlasse in italiano al telefono e lo ha minacciato con un taglierino sulla gola davanti alla figlia terrorizzata. MilanoToday ha trovato Fernando, vittima dell'episodio razzista, per intervistarlo in esclusiva e raccontare la sua storia d'integrazione

Fernando col braccio ingessato (Foto Mt)

Il capitolo peggiore della sua vita in Italia è finito su tutti i giornali della nazione: "Razzismo: straniero picchiato a Milano da un italiano perché parla in cingalese", recitavano più o meno tutti i titoli in 'prima pagina'. La sua, però, è per fortuna una storia d'integrazione che va avanti - non senza fatica - dal 2008. Dal giorno in cui, spinto da un suo cognato ha lasciato lo Sri Lanka ed è partito alla volta di Milano per cercare un destino migliore per sé e la famiglia, rimasta ad attenderlo nella loro cittadina a pochi chilometri da Colombo. Un'attesa lunga sei anni e finita da quando nel 2014 è stato raggiunto dalla moglie e dalla figlia. Una storia che nessun quotidiano ha riportato ma che andava raccontata perché quell'aggressione - e le sue conseguenze - sono solo, appunto, un capitolo infelice di un libro a lieto fine.

Il cingalese picchiato: "Io sto bene qui"

Ishara Rushan Fernando Naidappulage, con quarantuno anni di vita sulle spalle, ha uno spirito sereno e vigoroso. Si capisce subito che non saranno quei 'cinque minuti' di terrore, né la stupidità di uno, a cambiare la sua opinione sull'Italia e gli italiani. Anche se, come lui stesso dice: "Mia moglie e mia figlia hanno perso molte ore di sonno e i miei parenti in Sri Lanka, preoccupati, mi hanno consigliato di tornare lì". Prima di chiosare: "Ma io sto bene qui". Dopo aver perso il lavoro da panettiere nella sua amata isola, lascia tutto per buttarsi anima e corpo sul neonato sogno europeo: per un anno intero si arrangia come può, facendo il badante tuttofare per alcuni anziani di Bruzzano, il quartiere alla periferia di Milano dove risiede da allora. Poi, dal 2009, trova un posto come benzinaio presso un'area di servizio della zona. Con sacrificio impara il nuovo mestiere e con il tempo arriva anche l'agognato contratto a tempo indeterminato che gli permette di risolvere definitivamente la questione del permesso di soggiorno. E, sopratutto, di ottenere il ricongiungimento familiare.

Quando lo contattiamo per farci raccontare direttamente da lui come fosse andata, ci invita ad andare a trovarlo nel suo appartamento. Fissiamo l'appuntamento per le 16. Come quel pomeriggio di follia stia condizionando la vita della sua famiglia è evidente quando la moglie viene ad aprire la porta, insieme alla loro figlia di dieci anni. La donna, una trentacinquenne che oggi lavora come collaboratrice domestica, in un primo momento tentenna. Non si fida pienamente perché il ricordo di quanto è avvenuto pochi giorni prima è ancora troppo nitido. Si scusa, e torna dentro a chiamare il marito. Lui si materializza con il suo gesso bianco gigantesco che gli copre parte della mano, l'avambraccio e quasi tutto il braccio fin sotto l'ascella. Perché quei 'cinque minuti', oltre che infelici, sono stati sopratutto dolorosi per Fernando, che per quaranta giorni avrà l'arto a tracollo grazie a un tutore blu. L'aggressore - un cinquantenne casertano residente a Parma - è infatti riuscito a procuragli una lussazione al gomito e una frattura del capitello radiale del braccio destro.

Col taglierino in mano: "Bastardo, parla in italiano"

Sul viso porta ancora i segni di quel momento, con un ematoma evidente tra lo zigomo sinistro e la fronte, ma il suo sguardo non lascia trasparire alcun timore e il suo sorriso è accogliente. La sua testimonianza entra subito nel vivo: "Stavo parlando al telefono all'ingresso del Parco Nord, alla fine di via Antonio Martinazzoli, con un mio amico che vive a Napoli. Parlavamo in cingalese. Quando un signore è venuto da me e mi ha urlato: 'Bastardo, parla in italiano' e poi ha tirato fuori un taglierino giallo". A quel punto, il quarantaduenne decide di spostarsi ma l'esaltato lo segue e gli ripete: "Parla in italiano, vattene", sempre minacciandolo. L'uomo armato insiste una terza volta: "Parla italiano" e gli mette la lama vicino al collo.

"Un paio di persone che portavano i cani a passeggio - erano circa le 13.20 - probabilmente spaventate, si allontanano", ricorda. Anche il suo connazionale, dall'altra parte del telefono, capisce che c'è qualcosa che non va. "Faceva anche delle mosse che sembravano arti marziali. Impaurito, indietreggio e cado a terra. Praticamente davanti a casa mia", spiega mentre si affaccia per indicare il punto esatto. Allora l'aggressore gli si è buttato addosso per bloccarlo. Gli ha tirato due fendenti con i quali è arrivato a tagliargli una collana ma lui è riuscito a scansarsi e a disarmarlo. Il cinquantenne, però, con una mano gli ha dato due schiaffoni sulla testa mentre con l'altra mano e le gambe gli ha immobilizzato il braccio, schiacciandolo al suolo fino a provocargli la lussazione e la frattura. E più che con le parole, l'asiatico ripercorre quei momenti riproducendo a gesti l'attacco subito. Anche quando racconta l'attimo in cui il casertano si è ripreso il taglierino mentre la donna che lo accompagnava, che aveva assistito alla scena, provava a trattenerlo invano.

"Nel frattempo - ricorda mentre gesticola con l'unico braccio che può muovere - avevo chiuso il cancelletto dell'ingresso del condominio e avevo chiesto aiuto a mia moglie al citofono". Il trambusto della colluttazione aveva attirato l'attenzione di vari residenti del palazzo. "Quell'uomo continuava a sbattere il taglierino contro la ringhiera, urlandomi contro, anche davanti a mia moglie e mia figlia". "La piccola - spiega a MilanoToday una 'sciura' milanese vicina di casa - era spaventatissima. Tremava, era fredda e in lacrime mentre quello sconosciuto sbraitava. L'ho presa e l'ho portata dentro". Sempre la condomina conferma quanto questa famiglia sia ben voluta da tutti, così come l'intera comunità cingalese del quartiere è ben integrata nel contesto. "Purtroppo adesso si usa così: si picchia. Ma infondo tutti nel mondo parliamo un'altra lingua", riflette ad alta voce l'anziana mentre ripercorre i fatti violenti di martedì.

Immigrati aggrediti per motivi razziali: toni esasperati

Il responsabile è stato individuato dai militari del Nucleo Radiomobile in meno di mezz'ora, era dentro una Fiat Punto poco lontano. A riconoscerlo con certezza è la vittima dell'aggressione. "Quando ero in ospedale, alla Multimedica di Sesto San Giovanni, i carabinieri mi hanno fatto vedere la fotografia dell'uomo per chiedermi se fosse lui: ho subito confermato". In auto, il cinquantenne - che alla fine è stato denunciato a piede libero per lesioni personali aggravate - aveva due taglierini ed ha spiegato di averli dietro per una sua non meglio precisata occupazione come artista.

Fernando ha ricevuto la solidarietà di tanti amici e conoscenti italiani e connazionali. E' stato contatto anche da Stefano Indovino, consigliere del Municipio 9, che gli ha manifestato la vicinanza dell'amministrazione locale per quello che - al netto delle chiacchiere da bar - resta un episodio realmente difficile da inquadrare.

Certamente, è impossibile discostarlo dal recente aumento di aggressioni per motivi razziali o culturali in varie parti del paese. I toni esasperati della politica sul tema dell'immigrazione potrebbero aver portato un'ondata d'intolleranza insolita. Come conferma l'esperienza italiana dello stesso Fernando: "E' la prima volta che mi capita qualcosa del genere". E, laborioso come ogni buon milanese, il suo pensiero vola subito al lavoro: "Da lunedì mi ero preso una settimana di ferie ma adesso dovrò stare fermo per quaranta giorni e mi dispiace per il mio capo e i miei colleghi", ribadisce mentre scuote la testa. Quei penosi 'cinque minuti' sembrano ormai surclassati dalla sua tempra straordinaria che ci tiene a rassicurare tutti: "Dolore a parte, io sto bene".

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