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Alessandro Rovellini

Direttore responsabile

L'asilo degli orrori e le risposte che non sappiamo dare

A Vanzago, secondo le intercettazioni, le insegnanti sapevano di "essere sul limite". Francesca Gusmeroli, psicoterapeuta: "Un bambino privato a lungo delle cure primarie, nei primi anni di vita, ne porta i segni sulla pelle. Se non riceve risposta al pianto e consolazione, ma aggressività o indifferenza, può sviluppare stress elevato o traumi che si manifestano con effetti nel tempo"

Le notizie dei maltrattamenti ai bambini sono stilettate profonde. L'ennesima inchiesta che ha svelato metodi coercitivi e disumani in un asilo di Vanzago (Milano), documentata dalle immagini a circuito chiuso, mostra un lato oscuro e ancora più angosciante: le maestre erano consce della pericolosità delle loro azioni e agivano "sul limite della punibilità". Nessuna perdita di controllo improvvisa: c'era tristemente del metodo. Condividiamo, così, la riflessione che ci ha inviato Francesca Gusmeroli, psicoterapeuta e titolare di diverse strutture per l'infanzia in Lombardia. Perché, in ultimo, si dimentica sempre qualcosa: quello che viene fatto ai bimbi viene fatto a noi stessi.

Quel che resta

L’immagine di un bambino in un passeggino, stremato dal pianto tanto da rimettere, chiuso in un bagno, gela il sangue a chiunque. Il pensiero scorre veloce, tra domande retoriche e riflessioni, probabilmente scontate, ma che non si possono tacere. Che accadano atti di maltrattamento, anche all’interno di strutture pubbliche o private, è risaputo. Come sia potuto succedere che venissero perpetrati alla presenza di giovani tirocinanti provenienti dalle scuole, osservatrici per antonomasia, che poi siano state le stesse a denunciare, apre scenari ancora più oscuri. Nessun deterrente, tutto alla luce del sole. Alla luce di lampadine di uno spazio chiamato “l’angolo delle coccole”. Tutto senza pensieri: la quotidianità di quel luogo.

Come è possibile che nessuno abbia colto segnali davanti a situazioni così significative? Alcune risposte arriveranno, altre sono ontologicamente soggettive, altre non si paleseranno mai. Ma che cosa resta di questa tragedia? Che cosa resta a me genitore, a me educatore, a me nonno, a me titolare di un servizio che promette serenità e tutela? A me cittadino? A me istituzione?

Resta soltanto una cosa. La voce di queste creature che non potevano raccontare, che hanno subito nel silenzio di un pianto urlato, che si taceva da solo, per sfinimento. Nell’impotenza di un corpo così piccolo che non può resistere alla forza di un adulto, che non comprende del tutto le ingerenze verbali, ma che percepisce una sensazione di angoscia, di profonda insicurezza, di paura. Di soffocamento sotto una coperta buia, come una prigione.

Un bambino privato a lungo delle cure primarie, nei primi anni di vita, ne porta i segni sulla pelle, non solo sulla maglietta maleodorante di vomito. Se non riceve risposta al pianto e consolazione, ma aggressività o indifferenza, può sviluppare stress elevato o, in alcuni casi, traumi, che si manifestano sia nell’immediato, che con effetti nel tempo. L’educatore di un asilo nido ha tra le mani un essere venuto al mondo da così poco, ma con un bagaglio così grande, che può essere aperto e maneggiato. È un lavoro impegnativo da un punto di vista psicofisico, richiede un percorso personale e formativo per essere persone e professionisti il più possibile “centrati”, per non accumulare eccessiva frustrazione, per sentirsi in un buono stato di equilibrio e armonia. In un “luogo della cura” non si dovrebbe lavorare per troppe ore di seguito, e sarebbe opportuno un riconoscimento adeguato, anche in termini di retribuzione. Questo purtroppo si scontra di frequente con la sostenibilità economica di un servizio (mi riferisco alle realtà private), in particolare in questo momento storico. A prescindere dalle condizioni dell’ambiente, però, deve essere un mestiere in cui si coltiva il rispetto.

Rispetto per i piccoli, rispetto per i loro genitori, che, con un atto di fede, li affidano, rispetto per sé stessi. È un onore ricercare ogni giorno, nel qui e ora, la delicatezza e lo stile per poter aprire quella valigia e guardarci dentro, poter essere una guida accogliente e amorevole, perché il bambino trovi ciò che vuole indossare, perché sia libero di estrarre un sorriso, oppure occhi perplessi o pianto disperato, perché trovi il suo spazio dentro al mondo. Perché davanti a quelle emozioni legittime abbia risposta: occhi gentili, mani leggere, ma solide e decise. Un contesto ben curato, nell’igiene, nella pulizia, nei dettagli di materiali e proposte pedagogiche. Una casa soprattutto, dove lui e la sua valigia siano riconosciuti come sacri. Nonostante il muco al naso che scorre senza fine da settembre a maggio, nonostante la rabbia, le urla, i rigurgiti e gli odori.

I bambini hanno il potere di toccare corde profonde nell’adulto, che ha una sfida da affrontare, ma anche il privilegio di entrare il contatto anche con la propria parte sacra che esiste ancora, nonostante tutto. Perché i bambini la sanno riconoscere, in lui. E di questi esseri sacri resta la voce. Occorre restare in silenzio per sentirla forte e chiara: “Cari grandi, ognuno si attivi per il ‘grande’ che è, per il ruolo che riveste, per la responsabilità che ha verso di noi, perché questi fatti non siano più cronaca, ma soltanto incubi surreali. Come ne sono state capaci le giovani ragazze coraggiose, che ci hanno salvato. Cari grandi, anche voi siete stati bambini. In che luogo quotidiano avreste voluto crescere? Alla luce del sole, protetti per essere liberi, ascoltati, da occhi gentili”.

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