Rsa, racconto di un massacro: in due mesi è scomparsa una generazione

Parlano operatori e familiari di ospiti delle Rsa: l'inferno dei centri per anziani lombardi visto attraverso la loro voce e i loro racconti. Dal 1 febbraio morti in 3.045 nelle case di riposo


L'operatrice del Pio Albergo Trivulzio, con gli occhi e il volto scavati dalla fatica per i turni di lavoro massacranti, ripete "è una tragedia, è una tragedia". Lo fa con lo sguardo quasi perso nel vuoto, come se nella mente cercasse di cancellare le immagini che quegli occhi scavati vedono da ormai oltre un mese. Prende fiato un attimo, sembra tornare presente a se stessa e lo ridice: "È una tragedia". Una sua collega invece fa fatica proprio a prendere fiato mentre parla al telefono: poche ore prima è finita a terra, stremata, al termine dell'ennesima giornata eterna. È stata portata in ospedale e lì è stata sottoposta al tampone: è praticamente certa di essersi infettata. Una signora di mezza età che per quasi dieci giorni non ha avuto notizie di sua mamma prova a sorridere, anche se si vede che non ne ha voglia: scorre col dito sul telefono per leggere quelle mail, tardive, arrivate dalla direzione sanitaria e ricorda che una delle ultime volte che ha sentito la madre al telefono lei le aveva detto che stavano "mettendo l'ossigeno alla mia compagna di stanza". Poi, il nulla, il vuoto. A una ragazzina invece i vertici della struttura avevano detto che il suo parente stava bene, "che la situazione è positiva e non c'è nulla di cui preoccuparsi". Ma, racconta, quel parente è finito in un letto d'ospedale, "stabile ma grave" e poi è morto. La mamma di un'altra donna in ospedale non c'è mai arrivata: è deceduta nella casa di cura in cui si trovava. 

Le loro sono le voci che arrivano dall'inferno delle Rsa, le residenze sanitarie assistenziali lombarde che da marzo scorso, da quando l'epidemia di Coronavirus è esplosa, si sono trasformate in un covo di morte e contagi. I numeri non mentono: nella regione - stando ai dati forniti dall'ultimo report dell'istituto superiore di sanità - dal 1 febbraio al 15 aprile nelle case di cura sono decedute 3.045 persone, quasi la metà nelle ultime due settimane del mese scorso. Tra di loro 1.625 erano risultate positive al Coronavirus o avevano tutti i sintomi tipici. E se non bastassero i dati, a tratteggiare un quadro tragico ci pensano le parole di Ranieri Guerra, direttore dell'Oms, l'organizzazione mondiale della sanità. "È un massacro - ha detto durante una conferenza stampa -. Al governo chiedo cosa è successo e come mai". Cosa è successo nelle case di cura della Lombardia stanno cercando di appurarlo anche i magistrati, la procura e gli ispettori del ministero. "Perché la Lombardia continua ad avere un numero di contagi così grande? - si è chiesta retoricamente nei giorni scorsi la sottosegretaria alla Salute, Carla Zampa, intervenuta a Radio Capital -. Le disposizioni che erano state date a tutti prevedevano che dall'esterno non entrasse nessuno, il virus non vola nell'aria", le sue parole, che lasciano poco spazio alle interpretazioni. 

"Sono crollata mentre ero al lavoro"

Ma cosa è successo lo possono già raccontare proprio quelle voci dall'inferno: quelle voci che possono parlare di un "massacro" vissuto in prima persona, ognuno con il proprio ruolo. "Hanno giocato con le nostre vite", dice un'operatrice sanitaria della Rsa San Giorgio di Milano. Lei è tra quelle donne e quegli uomini che oggi vengono chiamati eroi, ma sono eroi che sono stati lasciati a combattere a mani nude e in questa battaglia stanno cadendo sul campo uno dopo l'altro.  

"All'inizio, nel mese di marzo, ci hanno dato delle mascherine di carta bianca, tipo carta igienica e lavoravamo con le cuffie da cucina in testa. Poi - ricorda - sono arrivate le mascherine chirurgiche, ma gli ospiti non le avevano e quindi erano praticamente inutili". E così lei si è ammalata: "Alla signora che assistevo io hanno fatto il tampone ed è risultata positiva - racconta mentre tossisce e fa fatica anche soltanto a respirare -. Venerdì sono stata male mentre ero al lavoro, il mio fisico è crollato". Così è finita in ospedale, è stata sottoposta al tampone e sabato è arrivata la mazzata: positiva. 

"Ma chi lavora non ha diritto al tampone - recrimina l'Oss -. Ci sono colleghi che sono in malattia da 20 giorni e ancora non hanno avuto il test. Da noi manca almeno il 60% del personale". E questo vuol dire soltanto una cosa: "Ci sono anziani che non sono curati a dovere - rivela -. Non si riesce ad arrivare a tutti gli ospiti, ci sono delle mancanze, dobbiamo fare una selezione". 

"Ci facevano togliere le mascherine"

"La situazione è drammatica, mancano una marea di operatori, non si riesce a dare assistenza adeguata a questi poveri anziani", è la tragica eco che arriva dalla voce di una operatrice del Pio Albergo Trivulzio. Nella storica Baggina - su cui sta indagando la procura di Milano - lo tsunami Coronavirus ha fatto disastri: i morti sono quasi duecento, i positivi di più. 

"Non è stata presa nessuna precauzione - denuncia l'Oss -. Chi da fuori si portava le mascherine per tutelare gli ospiti veniva spinto a tirarle via. Giravano per i reparti facendo terrorismo, dicendo che se non ci fossimo tolti le mascherine saremmo stati richiamati e licenziati, c'era un clima di terrore. All'inizio hanno minimizzato, poi hanno cercato di nascondere la polvere sotto il tappeto. Noi siamo stati totalmente abbandonati. Finché hai la febbre lavori - continua l'operatrice -, ci sono reparti decimati e noi chiediamo soltanto un tampone per sapere di che morte moriremo". E di ritardi parlano anche gli ispettori del ministero inviati al Trivulzio: "Non si può sottacere una certa inerzia sia dei vertici dell’Agenzia di tutela della salute sia del Pio Albergo Trivulzio - si legge nella relazione preliminare - che, pur consapevoli della fragilità dei pazienti e della necessità di proteggere loro e gli operatori sanitari, si sono attivati con considerevole ritardo".

Ma la causa di quel massacro, secondo l'operatrice, è anche un'altra: "Il declino c'è stato quando regione Lombardia ha dato disposizioni di dare letti a persone dimesse dagli ospedali", spiega facendo riferimento alla delibera dell'8 marzo che chiedeva proprio alle Rsa di accogliere pazienti Covid "a bassa intensità". "Il Trivulzio ha aderito, sono arrivati i primi pazienti al Pringe e da lì - riflette amaramente la lavoratrice - è iniziato il tracollo". 

"Lasciati soli, non doveva accadere"

E i numeri, ancora una volta loro, sembrano andare in quella direzione. Nelle due settimane dal 15 al 30 di marzo - quindi proprio dopo la delibera regionale che il governatore Attilio Fontana e l'assessore al Welfare, Giulio Gallera, hanno difeso a spada tratta - la mortalità nelle Rsa lombarde è schizzata alle stelle: in quei 15 giorni nelle case di riposo si è registrato il 43,1% dei decessi totali.  

"Le Rsa sono state lasciate sole", l'atto d'accusa di Pierfrancesco Majorino, europarlamentare ed ex assessore al comune di Milano. Dopo la "delibera con cui regione Lombardia decideva di inviare i positivi nelle case di riposo, non si è fatto nessun piano occupazionale, nessun innesto di nuovi lavoratori e quindi le case di riposo si sono ritrovate a gestire positivi e non positivi con lo stesso personale, vanificando anche che magari fossero in spazi differenti", la sua riflessione. 

"Non si può concepire un'idiozia di quel genere: tu puoi dividere anche gli spazi, ma se poi gli operatori sono gli stessi, non hai nessun tipo di tutela. Finisce che non fai altro che creare una condizione di contagio che dovevi prevenire. La cosa che mette tristezza - conclude - è che gli anziani sono stati lasciati soli e questo non doveva accadere assolutamente". 

Dieci giorni senza notizie

E soli sono stati lasciati anche i parenti di quegli anziani. Perché l'altro lato della medaglia è quello: da un lato gli "eroi" caduti, dall'altro figli e nipoti delle vittime buttati in un vortice di silenzi e dolore con l'ultima, atroce, sofferenza di non aver potuto neanche dire addio ai loro cari. 

"Una sera la mamma mi dice che è stata spostata di stanza perché nell'ala dove era c'erano molte persone con febbre. La mamma nella stessa telefonata mi dice che è stata spostata con la sua compagna di stanza che ha la febbre - racconta una signora la cui madre è ospite della Rsa di via Pindaro -. A quel punto non ricevo più né telefonate né mi richiama il centro". 

Così passano dieci giorni senza notizie, poi "mi chiama la dottoressa che mi dice che le stanno somministrando dei medicinali a prevenzione del Covid, al che mi allarmo ancora di più". Alla fine, dopo un'attesa estenuante, arriva una mail: "Mi dicono che la mamma non fa parte dei dieci ospiti sottoposti al tampone e quindi non possiamo sapere nulla circa eventuali contagi". Nella stessa mail la struttura sottolinea di aver più volte richiesto ad Ats i tamponi e scrive che "diversi ospiti presentano rialzi febbrili". 

Lo stesso medico tra morti e sani 

"Rialzi febbrili" li aveva anche una 90enne morta il 6 aprile nella casa di cura "Anni Azzurri" di via San Faustino 21 a Milano. Oggi, quattordici giorni dopo, sua figlia non sa ancora di cosa sia morta sua mamma, almeno non ufficialmente. I medici "si sono accorti di difficoltà respiratorie e saturazione bassa, dopo due giorni mamma ha avuto la febbre e i problemi si sono aggravati. Nel giro di quattro giorni mamma è deceduta", spiega la donna ripercorrendo le tappe del dramma. 

"Il direttore sanitario della struttura mi ha detto che loro non fanno tamponi. Il medico mi ha consigliato di non portarla in ospedale perché non sapeva neanche se il 118 sarebbe uscito perché era una persona con altre patologie", ricorda la figlia della vittima. L'unica certezza che ha - messa nero su bianco sul documento per il trasporto del corpo - è che la salma di sua madre è "infettiva": quindi verosimilmente sua madre è morta per il Coronavirus. 

Ma come ci è entrato il virus lì? Lei un'idea ce l'ha, supportata dai fatti: "I medici di guardia sono gli stessi del polo geriatrico di San Faustino 27", dove ci sono stati numerosi decessi per Covid. Fuori dagli orari "normali", infatti, nelle due strutture ci sarebbe un solo medico che si divide tra tutti i pazienti, i contagiati e i sani. E questo lei l'ha provato sulla sua pelle: "La domenica in cui mamma è morta - assicura - per due volte ho dovuto chiamare l'altro plesso, al 27, perché il medico era lì. Poi quello stesso medico è andato da mia madre e mi ha comunicato che era morta". 

"Sua nonna sta bene..."

E di chiamate senza risposta e lacrime è piena anche la storia di una ragazza che aveva un familiare alla Rsa Emilio Bernardelli di Paderno Dugnano. "Noi siamo rimasti all'oscuro di tutto i primi giorni - ricostruisce -. Il 30 marzo abbiamo saputo che il giorno precedente c'erano stati i primi casi, ma lo abbiamo saputo tramite i parenti di altri ospiti, non dalla Rsa. All'improvviso hanno smesso di fare anche le videochiamate, abbiamo mandato una mail e loro hanno risposto che era tutto ok e che stavano solo riorganizzando". 

In pochi giorni, però, la situazione è precipitata: "Abbiamo scoperto che la signora che era in stanza con la mia parente era già malata, venerdì ci richiamano e dicono che anche lei è positiva, ma di non preoccuparci". E invece c'era da preoccuparsi perché l'anziana è finita in ospedale e domenica è morta. "Io voglio solamente sapere se hanno gestito la cosa come si deve - chiede la giovane -. Se mi dicono che sono state seguite tutte le procedure, io mi metto l'anima in pace". Forse almeno questo, a chi non ha potuto neanche dire addio a sua madre o a sua nonna, lo si deve. 

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