Cronaca Brera / Via Fatebenefratelli

Ndrangheta: maxi blitz della polizia in Lombardia, scoperta banca clandestina

La polizia ha eseguito 34 arresti in Lombardia e in altre regioni italiane al termine di un'indagine nei confronti di presunti appartenenti alla 'ndrangheta operanti in Brianza

Ecco l'ufficio della 'banca' durante una intimidazione

La polizia ha eseguito 40 arresti in Lombardia e in altre regioni italiane al termine di un'indagine nei confronti di presunti appartenenti alla 'ndrangheta operanti in Brianza. Sono state fatte perquisizioni e sequestri di beni mobili, immobili e società per un valore di decine di milioni di euro. 21 persone sono in carcere e 19 ai domiciliari. Tra questi ultimi, il direttore e il vicedirettore dell'ufficio postale di Paderno Dugnano (Vincenzo Bosco e Walter La Coce).

L'inchiesta è condotta dalla Squadra mobile e coordinata dalla Dda milanese. Gli arrestati sono accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, riciclaggio, usura, estorsione, corruzione, esercizio abusivo del credito, intestazione fittizia di beni e società.

L'organizzazione, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe più volte fatto ricorso all'intimidazione e alla violenza mentre in più occasioni sarebbe intervenuta per pacificare i dissidi sorti all'interno della stessa 'locale' di 'ndrangheta o con altre organizzazioni criminali. Giuseppe Pensabene, presunto boss del sodalizio criminale, era spesso definito "papa" o "sovrano" dagli altri. In un passaggio intercettato e citato dal gip, Pensabene freddamente spiega a un cognato che il cugino di questi doveva essere "tagliato a pezzettini" perché faceva la "spia" per un clan rivale.

Gli agenti della Squadra mobile hanno scoperto una vera e propria banca clandestina (video della banca - video delle intimidazioni - video degli scambi di denaro), in cui venivano riciclati i proventi delle estorsioni e dell'usura, grazie ad un'ampia rete di società ma anche alla collusione di imprenditori e di impiegati postali e bancari. La base operativa era a Seveso (Monza). A giudicare le parole di uno degli arrestati, intercettato, il clan si sentiva "come la Banca d'Italia" per via dell'ingente disponibilità quotidiana di denaro contante.

I capitali accumulati, oltre ad essere esportati in Svizzera e a San Marino, venivano reimpiegati dall'organizzazione attraverso l'acquisizione di attività economiche nel settore edilizio, negli appalti e nei lavori pubblici, nei trasporti, nella nautica, nelle energie rinnovabili e nella ristorazione. Tra le vittime anche alcuni noti dirigenti sportivi.

Secondo il gip Simone Luerti, tutti gli imprenditori lombardi entrati in relazione con il clan "hanno perfetta conoscenza della natura illegale e mafiosa dell'attività" del presunto boss, Giuseppe Pensabene. Nell'ordinanza si legge che questi imprenditori "cercano di trarre il maggior profitto dal rapporto illecito che instaurano, contenti di trovare una compiacente sponda ai propri disegni di egemonia economica". E a causa del metodo intimidatorio, nessun imprenditore o commerciante vittima dell'attività usuraria della cosca ha presentato denuncia.

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